L’oro rosa che da diecimila anni accompagna la storia dell’uomo…

Il ritrovamento di un pendente risalente a circa diecimila anni fa in una grotta dei monti Zagros, in Iraq, rende l’idea dell’importanza storica dell’oro rosa, sino ad arrivare ai giorni nostri con, ad esempio, l’opera commissionata ai fratelli Arnaldo e Giò Pomodoro che si può ammirare presso il Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci a Milano, La storia del rame, 1958. Così come nel libro scritto da Primo Levi dal titolo “La chiave a stella” romanzo dove si racconta anche della qualità e delle caratteristiche del rame e che ha fatto vincere all’autore il Premio Strega nel 1978. Senza dimenticare le stesse opere di Levi elaborate con il filo di rame ed esposte di recente nella Galleria d’Arte Moderna di Torino. Mi fermo qui, poichè ci sarebbe da raccontare una infinità di curiosità sul nostro copper.  

Dal latino coprum, il rame ha senza dubbio pagato lo scotto della difficile situazione degli ultimi mesi, soprattutto in Cina, luogo in cui viene prodotta la maggior parte del rame raffinato. L’economia del dragone rappresenta il principale consumatore della suddetta materia prima. Storicamente il Paese che detiene il primato della produzione è senza dubbio il Cile, seguito da Cina, Perù, Stati Uniti, Australia e Russia. I Paesi della Cordigliera delle Ande hanno sempre avuto un peso influente sulla produzione, basti pensare che il Cile estrae circa 5 milioni di tonnellate all’anno. La sola miniera Escondida riesce a garantire un milione di tonnellate annuali. Tale miniera si trova a 3 mila metri di altitudine ed è spesso teatro di importanti scioperi, con l’obiettivo di protestare contro le diseguaglianze sociali che caratterizzano le annose tensioni in Cile.

Fatta questa lunga premessa, dal punto di vista tecnico, quella sorta di breve lateralità, tra febbraio ed inizio marzo, è stata interrotta dalle candele giornaliere che si sono configurate tra il 16 ed il 19 marzo, spingendo al ribasso il prezzo che ha testato lo storico supporto in area 1,978 dollari monitorato per buona parte del 2016 già nel mese di gennaio. Attualmente si nota in maniera plastica la fotografia di quello che dal punto di vista economico è accaduto negli ultimi mesi. Crollo e poi lenta e costante ripresa del prezzo dovuta ad una serie di ragioni. Al netto dell’uscita dal lockdown della Cina, richiesto ed utilizzato per le eccellenti proprietà come la conducibilità elettrica, conduttività termica, attitudine alla giunzione ecc ecc, un altro elemento che a mio avviso ha contribuito a riavvicinarsi verso livelli pre-crisi è costituito anche dal fatto che alcune miniere, vedi Cile e Perù, hanno ridotto o sospeso le estrazioni durante questo preoccupante periodo di crisi socio-sanitaria. L’iniziativa ha sicuramente aiutato a rallentare l’offerta che secondo alcune notizie già comunicate all’inizio dell’anno in corso e giunte proprio dal Cile, il surplus per tutto il 2020 può raggiungere le 300 mila tonnellate. Ora il prezzo è risalito a 2,6 dollari e graficamente si può leggere cosa in maniera esemplare sta disegnando la commodity.

Cooper

Continuo con una breve analisi sul petrolio, invitando i lettori a visualizzare gli approfondimenti sulle altre materie prime all’interno della mia pagina facebook. Ne sono onorato. Nella precedente settimana ho scritto le mie osservazioni sulle principali materie prime monitorate in quei giorni, dedicandole fondamentalmente al petrolio, dal titolo “Petrolio: teatro dell’assurdo ed attesa beckettiana…” in riferimento alla indecisione relativa alla data dell’incontro del vertice Opec Plus, con l’anticipo della riunione voluta in prima istanza dal Ministro del petrolio algerino Arkab e che tuttavia ha fatto tirare un momentaneo sospiro di sollievo poichè il clima di elevata tensione percepito durante i precedenti incontri non si è manifestato, nonostante i punti fermi stabiliti. Se da un lato le scintille tra Arabi e Russi che hanno generato la famosa guerra dei prezzi sembra quasi storia antica, i due Paesi sono stati ancora una volta i principali attori dell’accordo raggiunto e quindi della proroga dei tagli alla produzione, dall’altro si è nuovamente palesato il tema legato a quei Paesi produttori, come ad esempio Iraq e Nigeria, che non hanno rispettato gli accordi di aprile sulle quote stabilite. Gli stessi hanno dichiarato e da un certo punto di vista rassicurato l’impegno nel recuperare i tagli arretrati entro il mese di settembre.

L’amministratore della Nigerian National Petroleum ha altresì comunicato che entro la fine del mese corrente o entro luglio la Nigeria rientrerà nel rispetto degli accordi stabiliti. Continuità nel taglio, al netto delle quote riguardanti i 100 mila barili del Messico che ha deciso di non estendere la riduzione facendo leva su quanto stabilito nel precedente accordo, senza dimenticare l’ostruzionismo emerso già ad aprile quando i messicani hanno deciso di non tagliare i 400 mila barili previsti, optando per una riduzione del 4% rispetto al 23% come concordato dall’OPEC Plus. Sintetizzando il taglio non sarà a partire dal mese di luglio di 7,7 milioni di barili così come previsto dal vecchio accordo ma di 9,6 milioni. Altro aspetto da non trascurare è quello relativo alla decisione di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait che hanno annunciato di interrompere per la fine di giugno i tagli aggiuntivi di 1,2 milioni di barili giornalieri che vanno al di là della decisione dell’OPEC Plus. I dati comunicati dall’American Petroleum Institute sullo stato delle scorte del greggio, benzina e distillati hanno registrato un aumento di 8,4 milioni di barili. 

I numeri sulle scorte di petrolio comunicate dall’Energy Information Administration ha messo in luce un brusco aumento pari a 5,7 milioni di barili rispetto ad una previsione di una diminuzione di ben 1 milione e mezzo di barili. Chiaramente non bisogna trascurare le importazioni di petrolio prima degli accordi stabiliti dall’OPEC Plus sulla riduzione…L’auspicio per i produttori è di non rivedere le immagini e le foto delle petroliere al largo delle coste di Singapore e non solo…o registrare le difficoltà per il surplus delle scorte di greggio nell’hub di Cushing in Oklahoma… 

In attesa di una ripresa tangibile della domanda ed una conseguente riduzione delle scorte, si naviga ancora nell’incertezza, mista a timori e disorientamento. 

Il prezzo del greggio stenta a ricoprire il famoso Gap che si è formato in data 9 marzo per le ragioni che più volte sono state descritte nelle precedenti mie uscite. Al momento della scrittura del mio articolo la quotazione del WTI si trova in area 35 dollari al barile, con segnali di debolezza che si sono visibilmente manifestati sul grafico già a partire nella giornata di ieri, avvicinandosi ad un primo supporto importante che ho individuato proprio su quel livello. Un particolare aspetto da considerare è il ruolo fondamentale che emerge ad ogni incontro Opec Plus da parte del Principe dell’Arabia Saudita che ha in diverse occasioni fatto percepire il rischio serio di aprire fortemente i rubinetti ed inondare letteralmente il mercato, con tutte le conseguenze del caso, nel momento in cui gli accordi non vengono rispettati. Se il difficile obiettivo di raggiungere un importante prezzo di equilibrio, agganciandolo magari nel medio periodo in area 50-60 dollari al barile, può rappresentare un target per le compagnie e chiaramente convenire alla maggior parte dei Paesi produttori, certamente l’idea di guardare dal basso il sogno di prezzi molto elevati può andare a minare la scacchiera della lotta per le quote di mercato, con il rischio di fare un bel regalo alle compagnie americane. Ma questa è un altra storia che svilupperò nei miei prossimi articoli… 

Petrolio

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