Una difficile ripartenza. Petrolio e Natural Gas…fervente attesa !!!

Se la psicoanalisi, come sostiene Jacques Lacan, rappresenta la possibilità che noi diamo alle cause perse di ripartire, bisogna prendere atto ed avere il coraggio di farlo…un pò come mi son ritrovato nell’ultima settimana. Per tali ragioni sostengo che la nostra professione è anche l’incontro con noi stessi. Alla fine della mia narrazione capirete il motivo della mia riflessione iniziale. Anche se questo è un aspetto che mi piacerebbe approfondire in una successiva occasione. 

I testi di storia ci insegnano che, se a partire dalla conquista di Costantinopoli iniziano a circolare in Europa un certo numero di strategie per l’istituzione di uno stato di equilibrio tra le varie nazioni, con il contributo di innumerevoli uomini di cultura, oggi il disorientamento e l’assenza di un serio dibattito fanno rimpiangere alcune celebri riflessioni come, tanto per citare un esempio, quella di Edmund Burke che considera il nostro continente una grande unità culturale, derivante da un comune retaggio storico, fino ad arrivare alla visione romantica di Novalis, già citata in precedenti approfondimenti. La difficoltà nell’orientarsi con lo sguardo verso una visione comune ha caratterizzato, per certi aspetti, lo stesso clima ed il fervente dibattito tra gli attori principali dell’Opec Plus. Sono colme le pagine narranti la guerra dei prezzi implementata da Arabi e Russi, prima di riuscire a trovare un minimo percorso condiviso. Dei passi importanti hanno consentito il recupero dei prezzi ma la situazione per il petrolio è ancora altalenante. Secondo alcuni attenti osservatori le scorte possono registrare un primo e tangibile ridimensionamento nel mese di luglio. E’ del tutto normale che con tale clima di incertezza gli interrogativi o cambi di scenario repentini offrono supporto a mille domande…Un 2020 che è iniziato nella continuità di precisi lei motiv che ben conosciamo. Un anno condito da numerosi momenti, decisamente fibrillanti, che hanno innescato importanti contraccolpi sulle principali materie prime. 

Già a partire dall’attacco che ha colpito gli impianti di Saudi Aramco, l’attenzione si è riaccesa fortemente sul territorio medio orientale, facendo balzare in poco tempo ed in maniera abbastanza violenta il prezzo del petrolio. Non accadeva dal 1988 che la quotazione del greggio incrementasse del 20% in un batter d’occhio. Senza dimenticare le tensioni su un altro territorio dove l’oro nero appare come il vero attore protagonista, spesso in maniera latente, come a voler dimenticare il fulcro del dibattito annoso, in un luogo dalla portata storica rilevante e decisamente strategica. Il generale Haftar nel mese di gennaio, in Libia, ha imposto il blocco della produzione e delle esportazioni per quei pozzi controllati dalle sue forze fedeli, provocando una reazione della National Oil Corporation, compagnia petrolifera libica, che ha condannato il gesto e comunicando la drastica riduzione della produzione giornaliera da 1,3 milioni a 500 mila barili al giorno. E’ recente la notizia della ripresa della produzione nel suddetto territorio, dove è stato revocato anche lo stato di forza maggiore sulle esportazioni.

Come trascurare, inoltre, l’uccisione del generale iraniano Soleimani che per molti osservatori ha rappresentato uno degli atti più ostili degli ultimi quaranta anni da parte degli Stati Uniti contro l’Iran, un territorio ricco di storia e di innumerevoli forti contrapposizioni rispetto al mondo occidentale, un Paese che solo nel mese di settembre dello scorso anno ha dissequestrato la nave petroliera Stena Impero, battente bandiera britannica, tenuta sotto osservazione dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane per oltre due mesi, acuendo  maggiormente i rapporti tra Stati Unit ed Iran… L’obiettivo del Pentagono potrebbe essere quello di mantenere le tensioni fra i vari territori bagnati dallo Stretto di Hormuz e soprattutto per contenere l’influenza dell’Iran sulla zona. La potenza strategica del territorio in oggetto, lo ricordo prima di tutto a me stesso poiché è un elemento da non trascurare, parte da molto lontano, basti pensare che prima della scoperta degli enormi giacimenti petroliferi nei territori circostanti, proprio quei 150 chilometri di mare erano attraversati dalle navi che trasportavano i beni scambiati tra le civiltà arabe ed il resto del mondo.

 Per ben comprendere la nuova e storica battuta d’arresto che ha subito il petrolio in questi ultimi mesi, con tutte le notizie che abbiamo approfondito, a partire non solo dal problema relativo alla domanda rispetto all’offerta, alla dura realtà vissuta dalle compagnie di shale oil americane che per produrre utili necessitano il raggiungimento di prezzi decisamente più elevati, sino ad arrivare ai tecnicismi e le conseguenze riguardanti la scadenza del famoso contratto future del WTI con scadenza maggio. Come dimenticare, inoltre, le stime redatte da Lloyd’s List, lo storico quotidiano fondato a Londra nel 1734, che ha messo in luce la situazione del numero enorme di barili presenti sulle navi, con spese giornaliere di noleggio che hanno sfiorato i 250 mila dollari in un solo giorno. Altra notizia che proprio in questi ultimi giorni rende l’idea della situazione del mercato dell’oro nero è praticamente quella di Saudi Aramco, la potentissima compagnia dell’Arabia Saudita che si è vista costretta, secondo precise notizie di stampa, a ridurre il personale di qualche centinaia di unità, aspetto evidenziato già da altre news che hanno fatto da cassa di risonanza rispetto ad altre notizie simili e mi riferisco alla comunicazione data dalla British Petroleum ed al suo intento di tagliare circa diecimila posti di lavoro, in quanto le previsioni sull’oil e sul gas non sono completamente chiare ed unanime. Molti progetti previsti sull’estrazione non saranno, almeno al momento, realizzati. Tuttavia, secondo alcune dichiarazioni del Ministro dell’energia Saudita l’Opec Plus sta lavorando bene ed è riuscita a contribuire a stimolare la crescita dei prezzi. 


Lo stesso grafico del petrolio mostra una configurazione tecnica che si è formata certamente grazie alla riduzione della produzione giornaliera dei barili. Si colgono i primi frutti ma la domanda resta ancora timida ed il numero delle scorte continua a destare disorientamento. Ancora trova resistenza nel superare energicamente e con decisione i 40 dollari, così come risulta un percorso irto di ostacoli chiudere completamente il famoso Gap che si è configurato nel mese di marzo per le ragioni che abbiamo evidenziato in numerosi approfondimenti ed analisi. Un primo ed importante supporto in area 37 dollari al barile ed un successivo a 35 dollari, continuano ad essere costantemente monitorati da operatori ed analisti.

Gli ultimi dati dell’American Petroleum Institute, pubblicati martedì 23 giugno, segnano un livello di scorte di greggio, benzina e distillati pari ad 1,749 milioni di barili. Ricordo che l’Opec Plus ha stabilito fondamentalmente la continuità nel taglio della produzione, al netto delle quote riguardanti i centomila barili del Messico che ha deciso di non estendere il ridimensionamento della produzione facendo leva su quanto stabilito nel precedente accordo. I sauditi sono stati coloro i quali hanno influito maggiormente sui tagli arrivando ad 8,5 milioni di barili giornalieri nel mese di maggio.

Tornado ai numeri sulle scorte, l’ultimo dato dell’Energy Information Administration (EIA) ha nuovamente disatteso le previsioni degli analisti che immaginavano una crescita di circa 299 mila barili mentre l’aumento è stato di 1,442 milioni di scorte di greggio. Non dimentichiamo quello che si è verificato al terminale di Cushing in Oklahoma…Il rapporto USA Baker Hughes che dagli anni quaranta fornisce le statistiche sulle perforazioni e sul numero degli impianti di trivellazione, segna una continua discesa, passando dai più di 600/700 alla drastica riduzione alimentata dalle preoccupanti conseguenze dalla crisi sanitaria, basti pensare che i numeri aggiornati sono giunti alla cifra di 188, dato senza dubbio che deve far riflettere.

Per concludere, dalla Russia hanno fatto sapere, ed in realtà è un concetto che hanno già esternato i diverse occasioni, che non risulta impellente la necessità di continuare ad estendere i tagli anche oltre il mese di luglio, fiduciosi del fatto che si verificherà un costante aumento della domanda. L’accordo in essere prevede una ulteriore continuità nella riduzione della produzione da parte dell’Opec Plus per 7,7 milioni di barili al giorno nel mese di agosto e fino alla fine dell’anno, poi altri 5 milioni sino alla metà del 2022. 

Sul Natural gas la situazione continua ad essere complessa. Ha fatto ben sperare solo in piccolissime occasioni. Illudendoci. Illudendomi. Ho sostanzialmente beccato differenti stop. Per fortuna esistono…non bisogna mai dimenticare di inserirli, intercettando i livelli giusti per l’operatività che si desidera effettuare. E’ una professione complessa ma allo stesso tempo fonte di grande crescita personale, direi anche interiore, poiché ti spinge inesorabilmente a conoscere te stesso e la bellezza delle nobili tensioni che si sviluppano nell’effettuare delle scelte, prendere delle decisioni che ti portano a conseguenze non sono certo visibili su una sfera di cristallo. Lasciandoti appunto anche nel dubbio… Ancora grande eccesso di offerta. Il cauto ottimismo verso il periodo di stagionalità favorevole, la prospettiva dell’aumento delle temperature, ed una auspicata maggiore richiesta conseguente alla riapertura di determinate attività produttive, al momento, non riescono a controbilanciare le notizie concernenti la cancellazione di carichi di natural gas dagli Stati Uniti così come la stessa situazione nel Vecchio Continente continua a delineare un quadro a tinte fosche, senza trascurare le differenze di prezzo tra continente europeo ed Henry Hub d’oltreoceano. La discesa partita vorticosamente dagli inizi di novembre, quando a seguito della Upper Shadow si è graficamente dato il via ad una situazione di ribasso imminente, configurazione che si verifica solitamente dopo un trend al rialzo di lungo periodo, andando a testare lo storico supporto del 2016 in area 1,689 dollari per un milione di British Thermal Unit dopo le vendite sostenute, spingendo ulteriormente verso il basso la quotazione addirittura sotto 1,5 dollari per un milione di unità termiche britanniche (unità di misura che equivale a poco più di 28,3 metri cubi di gas liquefatto) un livello da anni novanta. L’apertura della settimana in Gap Up fa risalire il prezzo ad 1,6 dollari. L’attesa è continua ed a tratti estenuante, anche se la candela odierna sembra voler dare segnali di cambiamento. Energica…

Recentemente, tutti i tentativi di rialzo del prezzo sono stati sempre e repentinamente bloccati e si è continuato a navigare su minimi che ti fanno ingrandire il grafico fino ad arrivare prima degli anni 2000 per riuscire ad intercettare dei supporti storici. Solitamente i siti di stoccaggio raggiungono livelli importanti nel mese di giugno. Tuttavia, al momento della scrittura del seguente approfondimento, il Natural Gas sembra iniziare la sua fase di accelerazione verso l’alto, con una decisa forza, calamitato verso 1,7 dollari.

Il dato dell’Energy Information Administration sull’immagazzinamento del gas naturale, aggiornato al 25 giugno, mette in evidenza un numero passato da 85 a 120 milioni di piedi cubi (il piede cubo rappresenta quella unità di misura ereditata dal sistema britannico ed equivale a poco più di 28 litri). In attesa che inizi ad uscire dai depositi sotterranei dove è immagazzinato, in relazione al suddetto report dell’EIA, il tema legato all’energia ed ai rapporti geopolitici è certamente l’altro aspetto da non trascurare poiché lo stesso Donald Trump lo scorso anno, durante una sua visita in Polonia, ha promesso la consegna di ingenti quantità di Gas Naturale Liquefatto ad un ottimo prezzo, ponendo in evidenza lo storico contrasto con la Russia che ha garantito prezzi più convenienti rispetto all’offerta a stelle e strisce. E’ bene ricordare che il gas liquefatto ha un costo maggiore di circa il 20 % perché necessita di particolari lavorazioni in grado di ridurre il suo volume di ben 600 volte, agevolandone il trasporto sulle navi. Esattamente un anno fa, il segretario americano all’energia Rick Perry ha esplicitato in diverse occasioni la grande attenzione della politica del Presidente Trump riguardante l’importanza del gas liquefatto USA. Concetto più volte ribadito. L’obiettivo è chiaramente quello di implementare le esportazioni di gas Lng verso il Vecchio Continente, cercando di farlo dipendere sempre meno dalla Russia. Del resto, non è mai stato un segreto la strenua opposizione americana al famoso gasdotto Nord Stream 2, un progetto che fa pugni con  il vecchio pallino del Tycoon dell’American First Energy Policy. 

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